José Ovejero, L’invenzione dell’amore al 32esimo Salone Internazionale del libro di Torino

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La invención del amor un libro sobre el amor sin romanticismo ni idealización

Intervistato da Francesco Olivo, giornalista de La Stampa, José Ovejero in un perfetto italiano ci presenta il suo romanzo L’invenzione dell’amore e ci regala allo stesso tempo un ritratto lucido e molto realistico della Madrid post crisi, della società spagnola e anche di quella italiana cogliendo subito l’occasione per unirsi a chi si è schierato in opposizione alla possibile partecipazione della casa editrice di estrema destra AltaForte alla manifestazione torinese. Attento poi, a non svelare troppi dettagli della trama del libro, stabilisce sorridendo, all’inizio dell’incontro, che al massimo arriverà a raccontare fino alla decima pagina. 

L’invenzione dell’amore è la storia di Samuel, un quarantenne di Madrid che non vuole impegni, che non si definisce né soddisfatto, né insoddisfatto, che passa molto tempo sulla terrazza di  casa sua, guardando la vita dall’alto piuttosto che vivendola, in maniera un po’ apatica, quasi disinteressata. Ha amici simili a lui, pieni delle comuni contraddizioni moderne con i quali discute, ma senza neanche troppo entusiasmo. Lascia che l’azienda della quale è socio di minoranza si avvii verso il declino e vive storie sentimentali brevi senza impegnarsi mai. Un giorno però riceve la notizia della morte di una certa Clara: una ragazza che non ha mai conosciuto, ma della quale finirà per invaghirsi immaginandosi e reinventandosi due identità, quella di lei e quella dell’altro Samuel, l’amante di Clara per il quale è stato scambiato.

Una bugia può cambiare la realtà?

Senza l’immaginazione di un mondo diverso restiamo dove siamo. Lo facciamo tutti, non solo Samuel. Ci innamoriamo senza conoscere l’altra persona quindi inventiamo un noi diverso, migliore, e facciamo la stessa cosa con chi abbiamo davanti. All’improvviso, poi, la realtà fa uscire tutta la verità e a quel punto decidiamo se va bene così e vogliamo continuare o no. Per arrivare alla realtà si deve usare prima l’immaginazione. Samuel, esce dalla sua bolla isolante, scende dalla terrazza e si avvicina alla realtà, parla con persone alle quali non avrebbe mai rivolto parola, comincia a vivere, tutto grazie all’immaginazione, alla bugia che si è costruito.

Samuel non è un idealista però l’amore gli fa cambiare anche lo sguardo sulla società, che Spagna vede?

L’amore, nella stessa misura con cui riesce a farlo la letteratura, ci permette di vedere la realtà. 

Leggiamo un libro con attenzione e quello che sentiamo e vediamo lo trasportiamo anche fuori dalle pagine. 

La Spagna in cui Samuel vive è la Spagna della crisi, del duemilaundici, duemiladodici, senza fiducia nel futuro, dove il meglio che si potesse desiderare era rimanere come si stava, senza senso politico, in una totale passività indotta.

Invece ora che Spagna avrebbe visto Samuel?

Sono molto preoccupato per la situazione politica che sta vivendo il mio Paese, ma devo dire che guardando l’Italia ora, mi sento un po’ più fortunato e credo che in Spagna le cose non vadano, poi, tanto male. Il fatto che il PSOE abbia vinto nonostante il 10% di estrema destra ci da 4 anni di respiro.

La crisi stimola l’arte?

Sì, perché mette in piazza le fragilità e la cultura, necessariamente, riceve una nuova spinta. All’inizio degli anni duemila parlare di politica in letteratura era di cattivo gusto, ora, dopo la crisi, gli scrittori sono più politici. Io stesso lo sono di più.

L’invenzione dell’amore comunque racchiude un messaggio di speranza, non credi?

Certo. È un libro che ha uno sguardo un po’ crudele, duro, forse anche radicale, ma anche divertente e portatore di speranza. Per sperare e cambiare è necessario guardare bene la realtà. Di sicuro Samuel per sentire di nuovo la passione, per ritrovare la voglia di azione deve imparare a rischiare e da persona apatica si trasforma in altro. In che cosa si trasformi però solo la vita, che continua oltre l’ultima pagina del romanzo, lo sa.

Aprender a arriesgar el todo por el todo

La scena del rondone

“A riesgo de hacerle daño, cierro el puño y ahora sí, ya lo tengo. Lo levanto en el aire y me lo acerco al rostro; el corazón palpita contra mis dedos a una velocidad increíble, el pico abierto, la mirada asustada, pienso, aunque no sé si se puede ver el miedo en los ojos de un pájaro. […] Entonces voy hasta la malla metálica, paso la mano por encima y depósito el animal sobre el borde exterior del antepecho. Si quiere, desde allí puede arrojarse al vacío y emprender el vuelo. Pero no se mueve. […] Le empujo con un dedo y él apenas se desplaza unos centímetros hacia un lado, raspando la piedra con la punta de las alas. Querría animarle a dar el salto: venga, seguro que puedes. Le empujo otra vez, él se resiste, sigo empujando, intenta aferrarse a la superficie lisa, llega por fin al mismo borde, se vuelca hacia delante obligado aún por mi dedo y se desploma hacia el fondo del patio como una cosa muerta, asustándome con la velocidad de su caída. Se eleva de repente, trazando contra el cielo una curva finísima, como un corte en un papel. Al cabo de muy poco ya no logro distinguirlo de los demás vencejos. Si se hubiese estrellado contra el fondo del patio, ¿qué habrías hecho? Nada, qué iba a hacer; salvo confiar en que nadie me hubiera visto.”