Isla de Prócida – Palazzo d’Avalos, la prisión de quien no puede salir y tiene el mar adentro.

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No importa la razón, ni el siglo o el lugar. La mirada hacia afuera es nuestro anhelo de libertad.

È quello che stiamo facendo tutti in questo momento storico. Un virus del quale sappiamo ancora molto poco ci obbliga a stare chiusi in casa, spesso isolati, a volte lontano da chi amiamo. Ricorderemo a lungo questo periodo e probabilmente avrà il potere di cambiarci per sempre. In meglio (si spera). Dalle finestre, guardiamo fuori. Il mondo ci attende. Il calore del sole e quello degli abbracci, il profumo del mare e quello delle cene a casa di amici, la calma intensa della campagna simile a quella del sorriso sincero e libero che oggi stenta a nascere. Ognuno di noi avrà una vista diversa se guarda fuori, ma il sentimento, sono sicura, è lo stesso: voglia di uscire, di vivere, di tornare ad apprezzare quella “normalità” che, forse, adesso ci sembra meno scontata.

È curioso perché a pochi mesi di distanza mi è capitato di visitare due prigioni dismesse, prima che capitasse tutto questo: una a luglio, a Procida e l’altra a febbraio, a Pontedera, in provincia di Pisa. In entrambe le situazioni, visitando le celle anguste, ho sentito molto forte il desiderio e l’esigenza di guardare fuori. Le finestre, in quel caso, avevano anche le sbarre, ma confesso che ora, mi capita spesso di ricordare quella prospettiva del mondo quando passo davanti a una delle finestre di casa mia.

Per carità, l’intenzione non è certo quella di stare a disquisire sulle ragioni della pena, né della nostra, né della loro (dei detenuti di quelle carceri). Non vorrei nemmeno fare paragoni azzardati e, magari, scontati. La mia è solo una riflessione semplice sulla condizione umana, sulle emozioni che accomunano tutti, ricchi, poveri, eruditi e incolti, chi sbaglia e paga e chi paga e basta.

Nessuna lezione o presunzione di dare giudizi, solo sentire comune e pretesto per ricordare l’esperienza vissuta in due luoghi suggestivi pieni di vita, malgrado tutto. Vita in sospeso, in attesa, di persone che stavano dentro e guardavano fuori.

Isola di Procida – Palazzo d’Avalos, dove anche guardare fuori fa parte della pena.

La prisión de quien no puede salir y tiene el mar adentro.

A picco sul mare. È ancora l’edificio più imponente dell’isola. Con una vista privilegiata sull’intero golfo di Napoli. Palazzo residenziale del 1563 voluto dal cardinale aragonese Innico d’Avalos, uomo rinascimentale e illuminato che fa costruire anche le mura difensive dando vita al borgo che da queste ha preso il nome, Terra Murata. I Borboni, soprattutto Carlo III e Ferdinando IV, circa due secoli dopo, usano il palazzo come residenza per la caccia, prima della reggia di Capodimonte e di Caserta. Poi, nel 1815 lo trasformano in scuola militare e nel 1830 in carcere e opificio per la lavorazione della canapa. Resta istituto penitenziario fino al 1988. Nel 2013 il Comune lo mette in sicurezza e lo rende accessibile a visite guidate per residenti e turisti.

Sentire le ante battenti del pesante cancello arrugginito chiudersi alle spalle è già un’esperienza in grado di risvegliare emozioni profonde. Siamo dentro, viene da pensare. La camionetta arancione con la quale venivano trasportati i detenuti è un elemento che cattura immediatamente l’attenzione. L’ho riconosciuta perché, anni fa, ho letto L’isola di Arturo di Elsa Morante, ma non sapevo che quell’immagine appartenesse già (o ancora) ai miei ricordi. È chiaro che è un luogo capace di parlare emettendo il suono più rumoroso di tutti, il silenzio.

Si attraversa il cortile, si visitano le celle di rigore, poi le camerate e la cappella dedicata alla Madonna del Carmine, prima patrona di Procida, nella quale i prigionieri potevano entrare senza catene, da uomini liberi. È incredibile pensare alla trasformazione degli spazi: gli ampi saloni dei re erano diventati, nel tempo, celle multiple e le porte di legno intarsiato erano state indurite da tre file di grate di ferro che le guardie battevano e facevano risuonare ogni notte, tre volte. A mezzanotte, alle tre e alle sei. Controllavano che non fossero state manomesse e senza volere, come faceva la camionetta che saliva e scendeva da Terra Murata, scandivano il tempo dell’isola e dei procidani.

Durante la visita si ascoltano gli aneddoti, si vedono letti arrugginiti, vestiti, scarpe, scritte sui muri. Pezzi di vita, storie di persone. Anche sei dai registri lasciati aperti sui banchi sembra che l’umanità fosse ridotta a numeri (anche allora). Nel penitenziario di Procida sono stati detenuti prigionieri dei Borboni, gerarchi fascisti, membri delle Brigate Rosse ed esponenti dei clan camorristi Cutolo e Giuliano, tra gli altri. Sono stata reclusa anch’io in quelle stanze. Per un paio d’ore, il tempo della visita. Ogni volta che ho potuto, ho guardato fuori. Era necessario. Un mare blu intenso, un paesaggio che toglie il respiro, talmente bello da essere, di sicuro, parte integrante della pena stessa, di chi per secoli si è trovato lì, a guardare fuori pur essendo condannato a stare dentro.

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