De la taranta al flamenco, la música que sana

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Il ballo nasce in simbiosi con la musica prima dell’invenzione dei primi veri strumenti musicali. Si faceva musica con il corpo battendo i piedi al suolo, le mani, muovendo oggetti e, naturalmente, con la voce. Per far musica ci si muoveva, si danzava in pratica, e spesso, tutto questo, accompagnava importanti riti per la comunità.

Nell’Italia del sud e soprattutto in Puglia, nel Salento, già nel Medioevo il rito della danza serviva a guarire dal tarantismo, ad esempio.

Il tarantismo è un fenomeno storico, culturale e religioso, prevalentemente contadino, caratterizzato dal simbolismo della taranta (un ragno, simile alla lycosa tarentula, velenoso non identificabile con nessuna specie di aracnide realmente esistente in zoologia) che morde e avvelena, e dalla danza che libera da questo morso o pizzico avvelenato. Nella tradizione chi veniva morso iniziava a muoversi freneticamente, per ore, giorni, settimane, in preda a un fortissimo dolore. Solo la terapia coreutica e musicale, che induceva lo stato di trance, poteva guarire il tarantato, o meglio, la tarantata, visto che il tarantismo coinvolge in maniera preponderante le donne.

Nei racconti della tradizione il rituale viene spesso descritto in questo modo. I musicisti chiamati a guarire la tarantata avevano a disposizione dodici melodie. Le accennavano fino a trovare quella che induceva alla reazione, al ballo. Il tamburello era, ed è, lo strumento protagonista di questa musica, scandiva il ritmo e accompagnava lo stato alterato alla base della guarigione. Anche i colori (rosso, verde e giallo nella maggior parte dei casi) hanno da sempre avuto molta importanza. Si riteneva che il colore dell’oggetto o delle stoffe (ancora oggi si usano fazzoletti o nastri colorati quando si balla) da cui veniva attratta la tarantata permettesse di avere maggiori dettagli sul ragno che l’aveva morsa e si era capaci, quindi, di rendere più efficace la terapia.

Nella fase finale del rituale, quella conclusiva dello stato di trance, la tarantata si abbandonava a forti convulsioni, all’impeto degli istinti (anche sessuali) repressi, a momenti di isteria, faceva movimenti simili a quelli della taranta stessa, ad esempio strisciando sul dorso, o saltellava come per allontanarsi e schiacciare simbolicamente il ragno. La tarantata ballava freneticamente fino allo sfinimento, alla perdita dei sensi per poi risvegliarsi guarita. Lo stato alterato, trance, permetteva di perdere la vecchia identità e rinascere, guarire.

La partecipazione del gruppo, della comunità, era fondamentale e funzionale alla terapia. Il gruppo permetteva di esternare il dolore durante il rituale, accettandolo e sostenendolo fino alla guarigione dallo stato di pazzia (o isteria, nel caso delle donne).

È importante ricordare che la Puglia, a partire dall’VIII secolo a.C. come gran parte dell’Italia meridionale, era un territorio della Magna Grecia. L’idea che la tradizione del tarantismo possa derivare dal mito greco delle Menadi danzanti e del dio dell’estasi, Dioniso, sembra davvero molto concreta. A rafforzare questa teoria c’è anche la presenza di musiche e danze simili alla taranta in Basilicata, Calabria e Campania, tutte colonie della Magna Grecia.

Ma lasciandoci trasportare dalla fascinazione per questi racconti e dalla possibile origine classica del rito, si fa presto a collegare pratiche ancora più antiche e presenti in ogni angolo della Terra.

Mi riferisco allo sciamanismo, definito come capacità di entrare in uno stato di trance con lo scopo di guarire. L’archeologia ha trovato tracce di queste pratiche ovunque nel mondo e in ogni epoca, mi vengono in mente le donne africane che corrono e danzano nel Sahara, le aborigene in Australia e le antiche sciamane cinesi, le Wu, guaritrici dello spirito, che danzavano con vestiti fatte di piume e sonagli. I metodi per indurre lo stato alterato sono tanti, tra cui di sicuro anche l’uso di sostanze psicotropiche, ma spesso il ritmo del tamburo e la danza sono elementi protagonisti e comuni a molti rituali.

Nel corso dei secoli il tarantismo vero e proprio, come pratica di guarigione, si estingue ma rimane la tradizione musicale. In epoca napoleonica, più o meno nella stessa area geografica della taranta, nasce una danza sociale, ludica, di corteggiamento che si chiama pizzica pizzica. Si diffonde prima tra i nobili e poi nelle comunità contadine che la arricchiscono del ritmo e delle movenze ereditate dalla taranta. Nell’attualità la pizzica e la taranta vengono spesso associate, a volte utilizzando, in maniera non proprio corretta, i nomi indistintamente. Ogni estate, nel mese di agosto, a Melpignano, un comune in provincia di Lecce, si celebra la Notte della Taranta. È un festival dedicato a questa tradizione che almeno una volta nella vita si deve vivere. Io l’ho fatto nel 2019 ed è stata un’esperienza davvero emozionante. Le percussioni, il ritmo, la musica, il furore improvviso che accende la danza, l’esortazione di tutti i partecipanti a muoversi, a seguire con i movimenti del corpo l’irresistibile e inarrestabile tamburello creano un ambiente letteralmente magico, carico di storia e tradizione. Si viene avvolti da un’energia incredibile, emozionante oltre il tempo e lo spazio.

Nella mia personale esperienza solo un’altra musica è stata capace di provocare questa magia, questo duende (per dirlo con una parola spagnola molto bella), il flamenco. In effetti gli elementi in comune sono tanti, ma forse quello più affascinante è proprio lo stato di estasi, la catarsi, che avviene anche nella tradizione del cante jondo flamenco e, poi, anche nella danza. Il duende è lo spirito magico che rapisce chi pratica il flamenco ma anche chi assiste. Il raggiungimento di uno stato ultraterreno apre un canale libero per l’espressione e genera un momento curativo per lo spirito.

Poi, di sicuro, anche la figura centrale, seppure non esclusiva, della donna; la comunità, il gruppo, che esorta; i colori, con prevalenza del rosso e verde; il ritmo delle percussioni che nel flamenco sono costituite dal taconeo delle scarpe dei bailaores, dal cajón, dalle palmas (battiti delle mani) e dalle castañuelas (nacchere). 

È probabile che non esista un nesso diretto, forse è solo la dualità del mio essere che ama l’Italia e la Spagna nella stessa misura, però il potere di parlare all’anima di queste due forti e radicate tradizioni cariche di energia e storia credo sia innegabile per chiunque. 

Come sempre viaggiare nel Mediterraneo è motivo di grandi emozioni, si scopre ogni volta una cultura che ci abbraccia tutti e tutte, ci fa sentire parte di un unico e bellissimo racconto senza tempo.