Valeria Parrella, Almarina: se si vuole essere liberi, ci si deve sentire liberi

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Una polaroid. L’interezza dell’immagine che si sviluppa solo alla fine. È così, Almarina (Torino, Giulio Einaudi editore, 2019), l’ultimo romanzo di Valeria Parrella e terzo classificato al Premio Strega 2020.

Già al suo esordio con Lo spazio bianco (Torino, Giulio Einaudi editore, 2008) la scrittrice napoletana aveva dato ampia prova di stile e di grande intelligenza linguistica. Francesca Comencini, nel 2009, ne ha fatto anche un film con protagonista Margherita Buy conservandone la qualità narrativa e il potere emozionale delle donne che raccontano altre donne. 

La scrittura di Valeria Parrella è apparentemente semplice, ma profondamente complessa. Nei suoi racconti, nelle sue storie, ci si entra immediatamente fin dalle prime righe. Anche Almarina cattura, coinvolge e reclama attenzione. La lettura non può essere distratta perché per 123 pagine viviamo la vita dell’io narrante, siamo anche noi Elisabetta Maiorano. Entriamo e usciamo, con lei, dal carcere minorile di Nisida, lasciando Napoli dall’altro lato delle sbarre e dei cancelli. Seguiamo i suoi pensieri, i suoi stream of consciousness. Attraverso dettagli, azioni e oggetti del presente, ci spostiamo sulla linea del tempo, conosciamo ricordi del passato e proiezioni del futuro. Tanti pezzi, tante storie nella storia, ma solo alla fine, abbiamo l’immagine completa. Non è un dettaglio di poco conto che Valeria Parrella abbia più volte dichiarato che Alice Ann Munro, scrittrice canadese e vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 2013 sia la sua autrice preferita e riferimento letterario. 

Elisabetta Maiorano è una professoressa di matematica, ha cinquant’anni ed è sola. Suo marito Antonio è morto troppo presto e insieme non sono riusciti a realizzare il desiderio di diventare genitori. Insegna ai giovani detenuti dell’isola che non c’è (come canta Bennato) e tra questi, un giorno arriva Almarina, una sedicenne rumena con un passato difficile e violento. La solitudine di Elisabetta incontra quella di Almarina. Tra loro nasce un legame profondo, un amore che non chiede niente in cambio e che fa solo bene. Almarina placa il suo bisogno di affetto. Elisabetta diventa mamma attraverso una maternità non scontata ma conquistata.

È una donna coraggiosa, Elisabetta, ormai consapevole, molto femminile e spesso ironica. Porta dentro di sé una grande assenza (che a tratti è ancora un’invisibile ma percettibile presenza), ha senso della giustizia e attraverso i suoi commenti sulle adozioni, sulla burocrazia e sul futuro dei suoi studenti, una volta scontata la pena, riflettiamo su Napoli e di riflesso sulla società italiana. Un personaggio femminile ben strutturato e molto contemporaneo, capace di affrontare la vita senza risparmiarsi e con la voglia di sconfiggere e superare i propri demoni come tutte le donne raccontate da Valeria Parrella.  Sono così Clelia di Lettera di dimissioni (Torino, Giulio Einaudi editore, 2011), Amanda di Enciclopedia della donna (Torino, Giulio Einaudi editore, 2017) e, senza dubbio, Maria protagonista del romanzo Lo spazio bianco con la quale Elisabetta ha davvero tanto in comune: entrambe insegnanti, sole, madri in attesa di esserlo, affascinate da Napoli, capace di regalare anche a un istituto di pena un panorama splendido, e allo stesso tempo vigili sul senso di smarrimento che una città così irrequieta può suscitare. 

Almarina è un libro che si sviluppa sulla dicotomia del dentro e fuori. Dal carcere di Nisida. Dal cuore e dalla testa di Elisabetta. Dal testo letterario. Dalle parole scritte di nero sulle pagine bianche. Dalla finzione e dalla realtà.

Valeria Parrella inserisce nel testo alcuni elaborati scritti da (veri) ragazzi detenuti a Nisida che lei ha raccolto durante un laboratorio di scrittura. Gli studenti di Elisabetta diventano, quindi, i detenuti incontrati da Valeria e non esiste più nemmeno il confine tra letteratura e realtà. 

Nell’epilogo del romanzo la protagonista guarda il mare e pensa che se si vuole che Nisida salpi, bisogna sciogliere il nodo marinaio che la tiene attraccata alla sua città regale, se si vuole essere liberi, ci si deve sentire liberi. 

Così l’autrice si confronta con il superamento dei limiti, della pena, degli schemi prestabiliti nella vita (vissuta o raccontata) e nella scrittura. Leggiamo Almarina, agitiamo la fotografia nell’aria e ogni dettaglio poco a poco prende forma. I nostri occhi, ora, vedono l’insieme. 

Valeria Parrella, unica donna finalista al Premio Strega 2020.

In collaborazione con Il Confronto e La Società Dante Alighieri di Murcia.