Sandro Veronesi, Il colibrì: un romanzo sui misteri dell’animo umano

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email

Il colibrì (Milano, La Nave di Teseo, 2019), l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, scritto tra “Roma e tanti altri luoghi” nel corso di quattro anni (tra il 2015 e il 2019) come recita l’allegato finale annesso al testo e in cui l’autore ci svela le fonti e i retroscena di alcuni capitoli e in cui omaggia e ringrazia coloro che lo hanno aiutato nel corso della stesura dello stesso, è un’opera che lascia il segno per diversi motivi.

Innanzitutto, è il “romanzo di una vita”, una sorta di epica del quotidiano centrata sulle alterne vicende e le molte disavventure del protagonista, l’oftalmologo Marco Carrera, un uomo che fino all’adolescenza ha avuto problemi di crescita e che poi, dalla giovinezza in avanti, non ha fatto altro che aumentare d’altezza e di prestanza fisica, oltre che intellettuale (è proprio la minutezza della statura e, al contempo, l’iperattività irrefrenabile a provocare il nascere dell’appellativo “colibrì”, nomignolo inventato dalla madre e poi rimasto attaccato al personaggio anche in età adulta). Il lettore si sentirà subito attratto e coinvolto nelle alterne vicende di quest’uomo comune, anche per la tecnica narrativa adottata da Veronesi, una tecnica che rompe la linearità della trama per offrircene solo i frammenti, sparpagliati in un arco temporale che va dalla nascita e l’infanzia del protagonista stesso, ovvero, gli anni 60 e 70, fino al futuro prossimo venturo a cui ci stiamo avvicinando tutti, sul piano della realtà fattuale, e che, nell’ambito della finzione narrativa, coincide con il 2030. Dunque, il lettore è spinto a curiosare, se non addirittura a spiare la vita intima di Marco Carrera anche per il modo in cui vengono narrati i fatti: possiamo affermare che è proprio la frammentazione temporale il secondo motivo che rende Il colibrì una lettura che si fa in preda alla suspense, tecnica che, d’altronde, Veronesi aveva già dimostrato di saper utilizzare con acume ed eleganza in un thriller senza speranza come XY (del 2010). Leggiamo tutto e di tutto su Marco Carrera: dalla morte dei genitori, agli amori giovanili nati in vacanza in riva al mare; dallo scambio epistolare pluridecennale con Luisa, l’amore di una vita mai consumato e, al contrario, “ottocentescamente” coltivato proprio tramite le lettere che i due si scambiano vivendo l’una in Francia e l’altro in Italia, passando per il lutto legato alla sorella, alla figlia e ai contrasti con il fratello. Per Veronesi il romanzo è il genere onnivoro per definizione, proprio perché, alla Cervantes, ingloba e si nutre dei materiali più disparati: dentro Il colibrì possiamo leggere una conferenza che Marco Carrera si prepara ad esporre davanti al pubblico degli specialisti del suo settore (titolo: “Gli sguardi sono corpi”, su come siamo attraversati costantamente da migliaia di sguardi altrui e, al contempo, su come tendiamo a lanciare sguardi verso gli altri, come se ogni corpo non fosse altro che un punto focale di propagazione costante di energia visuale), ma anche i versi della canzone più triste della storia della musica, quella Gloomy Sunday dell’ungherese László Jávor che, secondo la leggenda, provocò il suicidio di molti di coloro che l’ascoltarono. E c’è anche spazio per una vera e propria ri-scrittura di un classico: mi riferisco al capitolo intitolato “Ai Mulinelli” che – come riconosce lo stesso Veronesi nel “dietro le quinte” succitato – non è solo ispirato al racconto Il gorgo di Beppe Fenoglio, ma ne è una vera e propria “cover”, oltre che un omaggio esplicito a quello che, secondo l’autore, è “probabilmente il [racconto] più bello che sia mai stato scritto in lingua italiana” (p. 359).

Il lettore segue e ricostruisce la vita di un uomo qualunque a partire, quindi, dai pezzi di un puzzle il cui disegno completo potrà contemplare solo alla fine, a lettura conclusa. In questa scelta tecnica da parte dell’autore s’insinua anche il terzo motivo che rende Il colibrì un romanzo avvincente (nonostante la prevedibilità di certe situazioni che tutti noi conosciamo perché le abbiamo viste o vissute in prima persona: in fin dei conti, amore e morte sono temi che ci riguardano tutti e non bisogna avere l’enorme sfortuna o soffrire i numerosi rovesci del destino di Marco Carrera per vedersi riflessi in questa “vita” di finzione in cui si mescolano costantemente pezzi di reale e frammenti verosimili, insieme ad altri totalmente fittizi, come la conferenza sopraccitata), e cioè, il fatto che una volta che si arriva al punto finale si avverte l’irrefrenabile desiderio di tornare all’inizio, a quella prima pagina intitolata ironicamente “Si può ben dire” in cui ci viene presentata proprio una delle prime scene che determineranno uno dei rovesci di fortuna più importanti nella vita del personaggio: quella in cui, nella persona dello psichiatra Daniele Carradori, Marco Carrera apprenderà della follia della moglie sposata per amore e da cui poi dovrà divorziare pena la caduta spericolata nell’irrazionale. Il colibrì, dunque, una volta letto, invoca subito una seconda lettura, una sorta di movimento a ritroso, perché solo ad una seconda lettura si potrà scovare il dettaglio che spiega il quadro, il pezzo mancante che determina il prima e il poi e aiuta a ricostruire la cronologia tra il passato e il futuro (nei confronti di un presente sempre inevitabilmente mobile).

E la percezione del tempo (così importante per ogni teoria della ricezione e della decodificazione dell’atto – ancora oggi misterioso – della lettura) è il quarto elemento che rende questo romanzo affascinante: nel momento in cui il “romanzo di una vita” si sviluppa e si espande da porzioni relative e parziali di episodi che solo a lettura terminata sarà possibile “incastrare” al posto giusto, ecco che il tempo diventa non solo un elemento strutturale e strutturante del romanzo, ma anche un enigma attorno a cui ruotano non poche riflessioni, tanto da parte del personaggio protagonista, come da parte del narratore esterno e onnisciente che riecheggia lo stesso narratore divino (o quasi-divino) del racconto “Profezia” (apparso nella raccolta Baci scagliati altrove del 2011: “Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l’animo tuo…”, così inizia a parlare quel narratore spietato proprio perché sa tutto e prevede tutto fino nei minimi dettagli). Una riflessione sul tempo e sull’azione corrosiva del tempo è l’ “Inventario dei pezzi d’arredamento della casa di Piazza Savonarola” nel capitolo intitolato, appunto, “Un inventario” e ambientato nel 2008: si tratta di pagine apparentemente superflue, in cui, invece, sotterraneamente, Marco Carrera rivive per mezzo della memoria individuale e, al contempo, di quella familiare, la propria vita passata a partire dall’elaborazione del lutto legato alla scomparsa dei genitori. Non solo i luoghi in cui siamo vissuti o in cui ancora abitiamo diventano epitomi del tempo che passa, ma anche gli oggetti, perfino quelli più banali, trasmettono le storie del passato ad essi legate. O pensiamo alle lettere che, nel corso di quasi cinquant’anni, Marco e Luisa si scambiano in un’altalenante storia d’amore destinata a non concludersi mai proprio perché entrambi decidono di viverla in maniera platonica e, dunque, senza scadere nell’ambito carnale di Eros. Le lettere funzionano proprio come metonimie dello spazio e del tempo o, ancora meglio, di quegli spazi e di quei tempi condannati a non incontrarsi mai (in tal senso, la lettera che Luisa spedisce a Marco nel 1998 nel capitolo intitolato “Tutta una vita” fa rima con quella splendida che Marco spedisce a Luisa nel 2005 nel capitolo “Non c’eri”: se nella prima Luisa si basa su tre poesie di Giorgio Manganelli per spiegargli il proprio stato d’animo, nella seconda Marco le racconta un sogno in cui, appunto, lei è ovunque perché non è da nessuna parte). E, infine, ci sono i brani in cui la Morte aleggia sul destino di tutti i personaggi: Il colibrì è un romanzo che colpisce perché mette in scena l’inevitabilità della morte, quella morte che la società moderna e contemporanea considera sempre come un tabù di cui è meglio non parlare o che è sempre bene nascondere o non esporre troppo davanti ai riflettori. In questo libro, invece, la morte accompagna la vita dei personaggi sin dalla loro prima e fugace apparizione (“Via Crucis”, s’intitola non casualmente il capitolo che racconta la scomparsa dei genitori di Marco Carrera: una doppia scomparsa che spingerà il narratore onnisciente a evocare la figura biblica di Giobbe).

Riassumendo: Il colibrì è un romanzo che indaga sui misteri dell’animo umano e lo fa adottando una struttura narrativa che ci spinge a leggere con trepidazione fino alla fine, per poi avvertire l’irrefrenabile desiderio di tornare sul già letto proprio perché già vissuto. I contrasti tra padri e figli e all’interno della propria famiglia; i lutti e gli amori nati e poi scomparsi o tramutati in odio o in indifferenza; le riflessioni sulla morte e sull’implacabilità del destino sono tutti elementi che Sandro Veronesi ha già saputo raccontare nei suoi precedenti romanzi, ma che ne Il colibrì acquistano una valenza e uno spessore tali da provocare l’empatia e l’interesse sempre più attivo ed impellente da parte del lettore. In fin dei conti, e come sempre, de te fabula narratur.

Sandro Veronesi, ganador del Premio Strega 2020.

En colaboración con Il Confronto y La Società Dante Alighieri de Murcia.