El nuevo Joker: la venganza de los últimos

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email
  • Nazione U.S.A.
  • Anno Produzione 2019
  • Genere Drammatico, Thriller, Cinecomic
  • Durata 123′
  • Interpreti Joaquin Phoenix Robert De Niro Zazie Beetz Frances Conroy Brett Cullen Glenn Fleshler Bill Camp Shea Whigham Marc Maron
  • Sceneggiatura Todd Phillips Scott Silver
  • Fotografia Lawrence Sher
  • Montaggio Jeff Groth
  • Scenografia Mark Friedberg
  • Costumi Mark Bridges
  • Musiche Hildur Guðnadóttir

Ed è proprio quando tutti si aspettano di ritrovare lo spietato Jocker che la storia ci ha insegnato a conoscere, che arriva lui, Joaquin Phoenix febbrile e irascibile con meno 20 chili e una nomination all’Oscar per una magistrale interpretazione curata in ogni battito di ciglia, in ogni suono, in ogni movimento o espressione facciale.

Una storia che lascia un velato senso di tristezza misto a una macabra soddisfazione data dalle uccisioni finali, che fanno dubitare tutti gli spettatori di soffrire sulla propria pelle presunte manie omicide.

Ci si sente come indotti a giustificare tutto questo e in realtà perché sentirsi in colpa se ti stai battendo per un diritto che ti è stato negato categoricamente? Perché evitare con paura una vendetta che ha il sapore di meritata giustizia?

Nella loro violenza, quelle scene finali di rivincita non rappresentano la parte fondamentale di un film che fa emergere molti aspetti di una società che poca attenzione presta a personaggi come Arthur Fleck, comico fallito, dalla risata strozzata e stridula, di quelle che fanno paura. Porta con sé un tesserino sempre in tasca che mostra di tanto in tanto a chi lo fissa durante uno dei suoi attacchi :“La risata non rispecchia necessariamente il mio stato d’animo”.

I traumi di un bambino schizofrenico e rimasto tale, si ripercuotono su tutto il trascorrere della sua vita, una vita alle spalle di una madre che non riesce in nessun modo a prendersi cura di lui, facendolo sentire rassegnato all’oscurarsi giorno dopo giorno, costretto alla lontananza dai suoi sogni, alle circostanze avverse della vita, nel totale menefreghismo di chi gli sta intorno.

Emblematica la scelta di una delle canzoni presenti nel film, che come leitmotiv risuona nella mente di tutti gli spettatori e fa visualizzare un’unica immagine: Joker che disegna il suo volto procurandosi un sorriso usando due dita e canticchiando:

è la vita
e per quanto possa sembrare divertente
alcune persone danno dei calci 
e calpestano i tuoi sogni
ma io non lo permetterò, non permetterò che questo mi butti a terra…
That’s life – Frank Sinatra

 

Alla fine uno come Arthur non merita nulla, soprattutto un palcoscenico. L’immagine di una lunga scalinata che lo riporta a casa, quella casa dove odio e amore, follia e normalità di un sentimento verso una madre che non conosce fino in fondo, si scontrano come due bombe atomiche cariche di assurda consapevolezza. Allora, Joaquin Phoenix, si rinchiude in un frigorifero, mischia la tragedia alla commedia e lo fa continuando a ridere fino alle lacrime. 

Dice basta a un mondo che non lo vuole, uccide la madre, la compagna, un collega, balla, canta, gesticola e mima i gesti di un mondo televisivo che lo vedrà protagonista del suo grande capolavoro finale. Un genio. 

Una fotografia di Gotham city che spaventa e affascina, proprio come Joker, personaggio triste, che incuriosisce, che si fa compatire a tratti, ma che si rivela un boom di emozioni, forza e di voglia di esprimersi, creando alla fine del film una setta o una vera e propria religione che adora il dio Joke e lo «usa» come grido stridulo di diritti umani e non solo.

Voto 9.

“La risata non rispecchia necessariamente il mio stato d’animo”, Joker, il pagliaccio che non fa ridere

La risa es uno de los aspectos que más define a Arthur Fleck de Joaquin Phoenix. La risa de Joker siempre ha formado parte de la historia, cinematográfica y no, del personaje de DC Comics. Sin embargo en esta nueva versión de Joker, su risa refleja el sufrimiento psíquico del protagonista que padece episodios de carcajadas incontroladas en momentos inoportunos y que, en general, no tienen nada de gracioso. 

Esa sonrisa oblicua, esa tortura de la cara, esa rendija capaz de tragarse el caos del mundo con la misma naturalidad con la que se descartaría una broma macabra que no hace reír a nadie.

Una risa fantasmal, un crujido respiratorio que marca claramente los contornos de una lucha para la supervivencia: la de un niño traumatizado que expresa con su esquizofrenia, el vacío insalvable de un padre totalmente ausente y una madre enferma. Un traqueteo que mantiene unido el asombro y el horror de estar vivo, los traumas de un niño que nunca ha crecido, envuelto en una máscara de tristeza lacónica, y el sueño aterrador de convertir esa parálisis depresiva y monomaníaca en la mueca de un payaso. 

Esa realidad tan dura y esa risa que sólo sirve para esconderse golpea fuerte al espectador porque le enseña salvajemente el tema angustioso de la marginación social de lo diferente, de la enfermedad, de ese contenido existencial con el que realmente nos pesa confrontar.

Una risa inquietante, que se queda en la cabeza incluso después de ver la película, incluso si no quieres. Una joya narrativa y muestra de talento de  Joaquin Phoenix. Desde luego elemento esencial para ganar el premio León de Oro en el Festival de Cine de Venecia 2019.